In occasione del Sesto Seminario Internazionale “Nuovi paradigmi e nuovi modelli di azione: dal globale al locale e ritorno”, promosso dall’Università degli Studi del Molise, il Presidente del CSV Molise, Gianfranco Massaro, è intervenuto nel confronto dedicato alle forme dello sviluppo locale nella comunità, offrendo una riflessione sul ruolo del Terzo Settore, della partecipazione civica e delle reti territoriali nella costruzione di comunità più coese e inclusive.
Di seguito, il testo integrale del suo intervento.
Centro di Servizio per il Volontariato del Molise e sviluppo di comunità
Vorrei partire da una domanda molto semplice: che cosa significa oggi essere un Centro di Servizio per il Volontariato? La risposta più immediata è conosciuta da tutti noi: significa offrire servizi alle organizzazioni di volontariato e agli enti del Terzo settore; significa formazione, consulenza, informazione, accompagnamento, promozione del volontariato. Tutto questo continua ad essere fondamentale, ma la mia esperienza come Presidente del CSV Molise mi ha portato, nel tempo, a farmi una domanda ulteriore: possiamo considerare il CSV soltanto come una struttura che offre servizi al volontariato, oppure possiamo pensarlo anche come uno strumento di sviluppo delle comunità? Io credo che questa seconda prospettiva sia oggi particolarmente importante. Perché il volontariato non è soltanto una realtà organizzata. Il volontariato è, prima di tutto, una forma di partecipazione, di cittadinanza e di responsabilità verso la comunità e quando parliamo di sviluppo di comunità, parliamo esattamente di questo: della capacità delle persone di riconoscersi come parte di qualcosa, di leggere insieme i problemi e di provare a costruire insieme le risposte.
Dal servizio allo sviluppo
Credo che la sfida dei CSV sia proprio quella di compiere un passo ulteriore. Non abbandonare la funzione di servizio, naturalmente. Ma affiancare alla logica del servizio una logica di sviluppo delle capacità della comunità. La domanda, quindi, non dovrebbe essere soltanto: “Quanti servizi abbiamo erogato?” Dovremmo chiederci anche: “Quante relazioni abbiamo contribuito a costruire?” “Quante persone abbiamo avvicinato alla partecipazione?” “Quante organizzazioni abbiamo aiutato a collaborare?” “Quanto abbiamo rafforzato la capacità di una comunità di affrontare i propri problemi?” Sono domande più difficili. Ma credo siano domande indispensabili se vogliamo comprendere davvero il valore di un CSV.
Il Molise come laboratorio di comunità
Questa riflessione, in Molise, assume un significato particolare. Il nostro è un territorio fatto in gran parte di piccoli comuni, di aree interne, di comunità che spesso devono fare i conti con lo spopolamento, l’invecchiamento della popolazione, la riduzione dei servizi e la difficoltà di coinvolgere le nuove generazioni. Ma io credo che sarebbe un errore guardare al Molise soltanto attraverso ciò che manca. Perché esiste un’altra faccia del nostro territorio è la faccia delle persone che rimangono, delle associazioni che continuano ad operare, dei volontari che dedicano tempo agli altri, di chi organizza un’attività in un piccolo paese, di chi si occupa degli anziani, di chi accompagna una persona fragile, di chi apre uno spazio ai giovani, di chi, semplicemente, non accetta che una comunità si arrenda. Questa è una grande ricchezza. E il compito del CSV può essere quello di riconoscere, valorizzare e mettere in relazione questa ricchezza.
Il CSV come connettore
A mio avviso, una delle parole chiave del nostro lavoro è connessione. Sul territorio ci sono tante competenze e tante energie. Ci sono le associazioni, ci sono gli enti locali, ci sono le scuole, ci sono le parrocchie, ci sono le cooperative sociali, ci sono le imprese, ci sono i servizi pubblici, ci sono cittadini che hanno voglia di impegnarsi. Il problema è che spesso queste realtà lavorano una accanto all’altra senza riuscire a costruire una vera collaborazione. Ed è qui che il CSV può svolgere una funzione importante. Non sostituirsi agli altri, ma metterli in condizione di incontrarsi. Non essere il protagonista. Ma aiutare i protagonisti del territorio a riconoscersi. Non dire alla comunità che cosa deve fare. Ma creare le condizioni perché la comunità possa interrogarsi e trovare insieme le proprie risposte. È il passaggio dal “fare per” al “fare con”. E credo che questa differenza sia sostanziale.
Il volontariato come conoscenza del territorio
C’è poi un aspetto che considero particolarmente importante. Il volontariato possiede una forma di conoscenza del territorio che spesso non compare nelle statistiche. Un volontario sa dove vive una persona anziana sola, conosce una famiglia che sta attraversando un momento difficile, sa quali sono le fragilità di un quartiere o di un piccolo paese. Conosce i giovani che rischiano di allontanarsi, conosce le risorse che esistono e che magari nessuno sta utilizzando. Questa conoscenza è un patrimonio. Per questo penso che il volontariato non debba essere considerato soltanto come un soggetto al quale erogare servizi o al quale chiedere di intervenire quando emerge un problema. Il volontariato deve essere riconosciuto come interlocutore nella costruzione delle politiche territoriali, perché chi vive quotidianamente una comunità ha qualcosa da dire sul suo futuro.
Dalla fragilità alla capacità
Quando parliamo di sviluppo di comunità, spesso pensiamo immediatamente ai problemi. Io credo invece che dovremmo imparare a guardare anche alle capacità. Una comunità può essere fragile e, nello stesso tempo, possedere enormi risorse. Può avere pochi abitanti ma avere persone straordinarie. Può avere pochi servizi ma avere una grande capacità di solidarietà. Può avere difficoltà economiche ma possedere un enorme patrimonio di relazioni. Lo sviluppo di comunità significa anche questo: mettere le persone nelle condizioni di riconoscere le risorse che già possiedono e di utilizzarle insieme. Il CSV può accompagnare questo processo. Può favorire l’incontro, può sostenere le reti, può promuovere la formazione, può aiutare le organizzazioni a superare una logica individuale e a lavorare insieme. Può creare occasioni di confronto tra mondi diversi, e può contribuire a costruire quella fiducia che è forse il capitale sociale più importante di una comunità.
La parola chiave: corresponsabilità
C’è una parola che, secondo me, dobbiamo mettere al centro: corresponsabilità. Non significa confondere i ruoli. Le istituzioni hanno le proprie responsabilità. Il volontariato ha le proprie. Il CSV ha le proprie. Le imprese e gli altri soggetti della comunità hanno le proprie. Ma tutti possono condividere una responsabilità più grande: prendersi cura del territorio e delle persone che lo abitano. Questa è, a mio avviso, la vera sfida, passare da una cultura nella quale ciascuno cerca di risolvere il proprio problema a una cultura nella quale ci si chiede: “Che cosa possiamo fare insieme?” È una domanda semplice, ma può cambiare profondamente il modo di lavorare.
Una nuova idea di partnership
Per questo credo che anche il rapporto tra CSV, istituzioni e Terzo settore debba evolvere. Non più soltanto una relazione basata sulla richiesta di servizi. Ma una relazione basata sul confronto, sulla progettazione e sulla corresponsabilità. Il CSV può essere uno spazio nel quale soggetti diversi riescono a dialogare, può facilitare processi, può accompagnare territori, può aiutare a costruire reti. E soprattutto può contribuire a far emergere una domanda fondamentale: quali sono le comunità che vogliamo costruire? Perché non basta rispondere ai bisogni di oggi. Dobbiamo anche interrogarci sul tipo di comunità che vogliamo lasciare alle generazioni future.
I giovani:
Su questo punto vorrei richiamare in particolare l’attenzione sui giovani. Se vogliamo parlare seriamente di sviluppo di comunità, dobbiamo creare occasioni nelle quali i giovani non siano soltanto destinatari delle nostre iniziative, ma protagonisti. Dobbiamo permettere loro di sperimentare la partecipazione. Di assumersi responsabilità, di proporre idee, di sbagliare, di costruire insieme agli altri, perché il volontariato può essere una straordinaria palestra di cittadinanza. Un giovane che entra in un’associazione non sta semplicemente offrendo qualche ora del proprio tempo, sta imparando che il bene comune non è qualcosa che appartiene a qualcun altro, è anche responsabilità sua.
Il futuro dei CSV
E allora credo che la sfida dei CSV nei prossimi anni sia proprio questa. Continuare ad essere centri di servizio, certamente. Ma diventare sempre più anche centri di connessione e di sviluppo comunitario. Dobbiamo aiutare le organizzazioni a crescere, ma anche aiutarle a costruire relazioni. Dobbiamo sostenere il volontariato esistente, ma contemporaneamente creare le condizioni perché nuovi cittadini possano avvicinarsi alla partecipazione. Dobbiamo ascoltare i bisogni, ma anche individuare le risorse, dobbiamo accompagnare le singole associazioni, ma anche favorire la nascita di ecosistemi territoriali, nei quali soggetti diversi possano collaborare. È una sfida importante e credo che il Molise, proprio per le sue caratteristiche, possa essere un territorio nel quale sperimentare con particolare forza questa prospettiva.
Conclusione
Vorrei concludere con una considerazione molto semplice. Una comunità non è forte soltanto perché possiede buoni servizi. Una comunità è forte quando le persone si conoscono, si fidano, partecipano e si prendono cura gli uni degli altri. È forte quando una difficoltà individuale può diventare una responsabilità collettiva. È forte quando un cittadino non pensa soltanto: “Che cosa può fare qualcuno per me?” ma anche: “Che cosa posso fare io insieme agli altri?” Ecco perché considero così importante il binomio CSV e sviluppo di comunità, perché il nostro compito non è semplicemente aiutare le associazioni a fare meglio quello che già fanno, il nostro compito è anche aiutare i territori a scoprire le proprie energie, a metterle in rete e a trasformarle in capacità collettiva. In fondo, sviluppare una comunità significa proprio questo: fare in modo che nessuno si senta solo di fronte ai problemi e che nessuna risorsa rimanga inutilizzata e se il CSV riuscirà a contribuire a questo processo, allora non sarà soltanto un Centro di Servizio per il Volontariato, sarà, sempre di più, un’infrastruttura di partecipazione, di relazioni e di futuro per le nostre comunità.
Gian Franco Massaro





